Tutto il “rest” è noia

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Una disamina dello stato attuale della diatriba dei giocatori sani tenuti a riposo precauzionalena e una ricerca delle cause porta a una considerazione: le conseguenze sono potenzialmente letali per il futuro dell’NBA

Si sa, gli americani sono maestri non solo nell’organizzare eventi grandiosi, ma anche e soprattutto nel pubblicizzarli, tanto che viene da pensare che potrebbero davvero vendere il proverbiale ghiaccio agli eschimesi, piazzandoci a fianco qualche cheerleader e raggi laser multicolore. Ad esempio, stando all’hype generato dal trailer, ‘Batman v Superman’ sarebbe dovuto essere uno dei film di punta dello scorso anno. Il film in sé e per sé? Così così, tanto che molti hanno suggerito che il trailer fosse un film migliore del film stesso. Allo stesso modo, se vi siete imbattuti nel promo che la NBA aveva diffuso quest’anno per le partite in diretta nazionale, ricorderete gli eccezionali gesti atletici dei giocatori di punta della lega insieme ai loro primi piani mentre pubblicizzavano “ABC Primetime,” ovvero le partite clou della stagione regolare trasmesse sul network ABC. Nello specifico si pubblicizzavano le partite di San Antonio SpursGolden State Warriors e Los Angeles ClippersCleveland Cavaliers, rispettivamente da giocarsi l’11 e il 18 marzo (trovate il video a fondo pagina).

Fra i vari giocatori a fare la loro comparsa sullo schermo, si vedevano Andre Iguodala, LeBron James, Steph Curry, Kevin Love, Klay Thompson e Kyrie Irving. L’unico problema? Nessuno di loro ha giocato, ufficialmente per motivi di rest, riposo. E a loro vanno aggiunti altri atleti di assoluta classe come Kawhi Leonard e LaMarcus Aldridge. Per questi due si trattava di un’assenza obbligata, in virtù di una commozione cerebrale e ditim+duncan+dnp+old una lieve aritmia cardiaca. Per gli Spurs non è esattamente una novità. Quasi esattamente cinque anni fa Gregg Popovich tenne a riposo Tim Duncan, lasciando come motivazione nel report ufficiale l’immortale “DNP – Old,” che tradotto significa “non ha giocato perché è vecchio” invece del più comune e diplomatico “coach’s decision.”  Per quanto si tratti di boutade nei limiti del rispetto delle regole, l’ex commissioner David Stern non ha mai avuto grande senso dell’umorismo, tanto che sempre nel 2012, memore dei precedenti sberleffi di Pop, lo multò di $250mila per aver rispedito a casa Parker, Ginobili, Duncan e Green alla vigilia del tanto atteso scontro contro i Miami Heat. Antesignano anche in questo, Pop non è sprovveduto circa la situazione attuale delle lega, tanto che ha recentemente dichiarato quanto segue: “Just because we’re coaches and GMs doesn’t mean we don’t know what’s going on with the business side; it’s a little bit more sophisticated than that.” In altre parole, al diavolo le ragioni fisiche, c’è sotto ben altro. Ma cosa? Avrà più senso a breve, ma intanto analizziamo la situazione passo a passo.

Il trend di lasciare a riposo giocatori sani sta salendo di anno in anno, tanto che al 21 marzo in totale sono state saltate 5539 partite da giocatori non-infortunati, ben 500 più dell’anno scorso a questo stesso punto della stagione, quindi ben prima dell’ultima settimana di stagione regolare, quando il riposo è prassi comune e condivisa dai più. A fare rumore più di tutti gli altri sono appunto stati i sei atleti citati sopra, ovvero tutti i protagonisti delle scorse Finals, tenuti a riposo “strategico” in partite che si preannunciavano spettacolari e combattute. In altre parole, Warriors e Cavs per le rispettive partite hanno deciso di far riposare in panchina le proprie star, nonostante la vetrina fosse piuttosto prestigiosa. Infatti sono solo nove le partite che ABC trasmette “in chiaro” in tutto l’anno e molti dei fan che non vedevano l’ora di sintonizzarsi in tv sono rimasti ampiamente delusi. Come prevedibile, le due partite in questione sono state a dir poco allergiche alla competizione, col rookie dei Warriors Patrick McCaw che nella prima partita ha tirato 0 su 12 e “nonno” Richard Jefferson che nella seconda è stato top scorer dei Cavs con appena 12 punti nella pesante sconfitta dei suoi. Insomma, non proprio prestazioni memorabili in partite indimenticabili. A fare infuriare i fan, soprattutto quelli che avevano pagato fior di quattrini un biglietto per vedere dal vivo LeBron nella sua unica partita dell’anno contro i Clippers in California, il fatto che lo stesso LBJ sia poi sceso in campo nella facile vittoria contro i cugini dei Lakers, in una partita assai meno significativa.

Come un virus letale, la febbre del riposo dei giocatori NBA si è diffusa in ogni talk show americano e, quando non si parla di LaVar Ball, tutti gli analisti si accapigliano per dire la loro. Prima di tutto, però, bisogna capire il perché, altrimenti trovare una soluzione diventerebbe ancora più complesso. Come a Cluedo, gli indiziati sono molteplici e tutti con un movente valido. In primis, però, vanno addotte le motivazioni legittime. danny-green-tim-duncan-manu-ginobili-tony-parker-nba-washington-wizards-san-antonio-spurs-590x900.jpgTenere a riposo una star dopo un tour de force e/o nella seconda partita di un back-to-back è assai diffuso fra le star un po’ più attempate, come Dwyane Wade e fino all’anno scorso Tim Duncan. Apparentemente meno legittimo è tenere a riposo le star in una partita di cartello, ma anche qui c’è una base di verità. All’interno di un back-to-back, dovendo giocare solo una partita su due, è meglio riposarsi contro la squadra più forte, così anche da evitare di dare indicazioni a chi potenzialmente è una rivale per il titolo; infine, è effettivamente possibile che i medici delle squadre possano identificare con precisione un particolare momento della stagione in cui un infortunio è più probabile che in altri, e fra i fattori ci sono il giocare in trasferta dopo un lungo volo, una serie di partite ravvicinate, ecc… Che ciò capiti in concomitanza con una partita importante è sfortunato, ma per le squadre è un sacrificio quasi indolore da compiere. E se si decide di fermare un giocatore, a quel punto ha più senso fermare tutte le star, altrimenti per farne riposare uno se ne farebbero affaticare maggiormente in campo le altre due o tre.

D’altra parte, sarebbe da stolti distogliere lo sguardo dalle prove che puntano in un’altra direzione, quella dei giocatori stessi. Secondo le ultime indiscrezioni, loro vorrebbero in futuro giocare di meno (15-20 partite in meno all’anno, passando così da 82 a una sessantina), ma allo stesso tempo non sarebbero disposti a rinunciare all’ingente flusso di soldi generato dal nuovo contratto con le tv. Questo finalmente spiega quel “business side” a cui faceva riferimento coach Pop nelle precedenti dichiarazioni. L’ironia della situazione è che, cercando di mantenere o addirittura accrescere il proprio status di privilegiati, i giocatori stanno minando le fondamenta del contratto collettivo. L’effetto domino è forse già in moto: riposare, a prescindere che sia per motivi fisici o economici, vuol dire alienare i fan, che cominceranno a diminuire il flusso di denaro “investito” nella propria passione e ancora più concretamente vuol dire meno spettatori in tv. Meno spettatori significa mandare in perdita i network televisivi, poiché gli sponsor non pagheranno più grosse cifre per sponsorizzare una partita di cartello priva di star. Se quindi in corso d’opera i network cercheranno di limitare le perdite, lo faranno soprattutto tentando una rinegoziazione del contratto, potenzialmente citando una possibile inadempienza contrattuale da parte della NBA, che non ha garantito a sufficienza la qualità del prodotto venduto. Ed ecco quindi la quadratura del cerchio: la “protesta” dei giocatori, anziché garantire loro una migliore posizione contrattuale, rischia di ritorcersi contro e costare a tutte le parti coinvolte svariati miliardi di dollari. Suona familiare? Forse perché assomiglia a questo articolo pubblicato su C3S alcuni mesi fa.

Questo senza contare che i giocatori NBA sono ampiamente i giocatori professionisti più viziati dell’intero panorama mondiale. Con uno stipendio medio di $6.2M annui guardano dall’alto i colleghi di NFL ($2.1M) e NHL ($2.9M). E i privilegi non sono unicamente monetari. Da un punto di vista fisico, giocatori di football e hockey devono sostenere traumi assai maggiori ai loro corpi, che non raramente risultano in infortuni che terminano anzitempo la carriera di ragazzi ancora ventenni. Inoltre, i contratti dei cestisti sono sempre e comunque garantiti nella karl-malone.jpgloro interezza, circostanza simile ai giocatori di hockey, ma diversissima da quelli di football, dove i contratti valgono a volte meno del valore del foglio su cui vengono stampati. Infine, restando in NBA, oggi i giocatori sono assai più coccolati che in passato, fra allenamenti ad hoc, dottori specialisti, dietologi, psicologi, alberghi extralusso e voli privati – e pensare che fino alla fine degli anni ’80 i team viaggiavano su aerei di linea. Non a caso, molte delle star del passato si sono dette sorprese di questa nuova tendenza a riposare giocatori anche ventenni; a riassumere la situazione è stato “Il Postino” Karl Malone: “If you don’t have at least 10 yrs experience, get your ass playing. It’s not work, it’s called playing. Besides, tell our underpaid service members and police and first responders to rest. Dammit, they can’t.” Malone è assolutamente legittimato a tale affermazione, avendo giocato meno di 80 partite sono due volte in 19 anni di carriera NBA.

Ulteriore indiziato è la lega stessa, fin qui incapace di muoversi in concreto se non per aver mandato un memo che, nei fatti, vale meno di uno schiaffetto sul dorso della mano delle 30 franchigie. La mossa più ovvia per risolvere il problema, ossia giocare meno partite, si scontra direttamente col fine ultimo della NBA, che in quanto azienda privata pone al centro di tutto la crescita del proprio capitale. D’altronde, ridurre la stagione sarebbe come ammettere che un 15% abbondante del prodotto venduto alle tv e distribuito ai fan è inutile e perciò sacrificabile. Immaginate Adam Silver che spiega a TNT e ESPN di aver venduto 1230 partite annue di stagione regolare a $2.6 miliardi, ma di voler incassare in futuro la stessa cifra offrendo però 240 partite in meno (proiezione su una ipotetica stagione a 66 partite.) Per la cronaca, ogni franchigia NBA gioca almeno 80 partite annuali dal 1961-62, quando allora c’erano solo 12 squadre. Da allora il gioco è evoluto profondamente, ma, salvo lockout, il numero di partite in calendario è rimasto lo stesso, segno che i mugugni attuali mal si giustificano con la storia della NBA, visto l’esponenziale aumento di salari e benefici vari dagli anni ’60, quando un’icona come Bill Russell doveva soggiornare con gli altri giocatori di colore in alberghi separati dai compagni di squadra bianchi. In ogni caso, tornando al presente, parlare di ristrutturare fin da ora un contratto entrato in vigore appena all’inizio di quest’anno è un terribile presagio per la NBA, che si trova nella poco invidiabile posizione di mediatrice fra le tv e le società.

Detto della responsabilità di giocatori e lega, i media non vanno lasciati liberi di svicolare senza puntualizzare le loro responsabilità. Dal ritiro delle scene di Michael Jordan, si è scatenata una lotta brutale nell’identificarne l’erede e/o colui che col tempo lo avrebbe superato. E l’unico modo di diventare il nuovo GOAT della NBA è quello di far meglio di MJ, che sul suo curriculum alla voce vittorie dice 6 titoli in 6 tentativi con 6 Finals MVP. Vincere anelli dovrebbe essere, di norma, il fine ultimo di ogni giocatore come modo migliore per cementare 20120530-192931.jpgla propria legacy nella storia della lega, ma di anno in anno si è spinto il concetto fino alla follia. Anni di prese in giro, di “King without a ring” o “Lord of no Rings” hanno certamente contribuito a far lasciare a LeBron il nativo Ohio per South Beach, da dove, notato il fisiologico calo della franchigia dopo 4 anni al top, si è ulteriormente separato per tornare a Cleveland, un “Coming home” ma anche e soprattutto un desiderio di più anelli. Riprova di ciò è che in giornate prive di grosse notizie, in tv e giornali si torna all’annosa questione se LBJ supererà mai MJ, domanda di una vacuità assoluta. La stessa sorte è capitata a Kevin Durant, giudicato troppo forte per essere ancora senza un anello dopo 9 anni in NBA e per questo condotto dalla stampa fuori dall’Oklahoma, salvo poi crocifiggerlo per tale scelta. Il giornalista di ESPN Stephen A Smith ha affermato a più riprese un concetto che ha ormai esacerbato gli animi di molti, overo che, parafrasando, i pensieri e le opinioni dei giocatori contano in proporzione agli anelli vinti. Il che spiega come Shaquille O’Neal – 4 anelli NBA – sia in tv a dispensare giudizi di dubbio valore, non ultimo l’endorsement alla teoria della terra piatta. Se allora ai media importa solo dei gioielli nella valutazione dei giocatori, perché ora forzarli a giocare ogni partita che loro per primi giudicano irrisoria? Già…

Alcune soluzioni, anche tra le più disparate, sono state già avanzate dagli addetti ai lavori. Detto della proposta di accorciare il numero di partite, si è anche pensato di rendere obbligatorio riferire alla lega con maggiore preavviso quali giocatori non saranno a disposizione per una partita, ma nulla impedirebbe ai team di fingere “infortuni diplomatici” dell’ultimo minuto – anche se la mossa avrebbe il pregio di rendere meno sfacciato il turno di riposo. Ancora, c’è chi ha proposto, invece di penalizzare un comportamento scorretto, di premiarne uno virtuoso, concedendo un primo turno di riposo, simile al bye della NFL, alle prime due squadre classificate in ciascuna conference o addirittura di assegnare il fattore campo in ogni serie di playoff in base al record in stagione fra le due squadre soltanto. Per ora, l’unica cosa certa è che l’NBA comincerà la prossima stagione una settimana prima, per diluire un po’ le partite, ma si tratta davvero di una goccia nel mare.

Cos’è dunque lecito attendersi nei prossimi mesi? Probabilmente svanirà tutto in un nulla di fatto. Per esempio, tutti si lamentano della scarsa competitività dell’All Star Game e per la settimana successiva alla partita tutti si dicono indignati… ma finiscono per dimenticarsene fino all’anno dopo. Idem per il tanking, con tutti a dirsi scandalizzati di tale strategia, salvo poi attuarlo qualora ciò si rivelasse un vantaggio per il futuro della propria franchigia. Ad oggi, perdere apposta non è penalizzato né penalizzante, anzi è premiato con maggiori chance di scegliere il miglior talento NCAA al draft. Forse la lega adotterà qualche altro aggiustamento in tempi brevi per il problema dei giocatori sani tenuti a riposo, ma sarebbe uno choc se assistessimo ad una decisione unilaterale da parte della lega in un momento così delicato della stagione e con un contratto collettivo fresco di inchiostro. Da fan del gioco, c’è da augurarsi che lega, giocatori e media si adattino in maniera fisiologica alla circostanza presente, che lo facciano in fretta, visto che gli ascolti sono in calo del 15-20% – e stavolta non c’è il Colin Kaepernick della situazione da usare come capro espiatorio.

MVProf

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