Il prezzo del successo

Soldi pesanti e quarterback vanno a braccetto: trovare il giusto rapporto fra i due è la chiave per il successo

Al di là del decoubertiano motto sul valore della mera partecipazione, la conquista della vittoria resta l’imperativo categorico cui ogni General Manager deve obbedire. Il vero problema, semmai, sta nell’esecuzione di tale comando. Nello sport le variabili che portano alla conquista di un titolo sono numerosissime e spesso frutto di circostanze non prevedibili. Esiste comunque l’idea che trovare un ottimo giocatore per uno o due ruoli-chiave possa costituire un’importante garanzia sulle vittorie future dell’intera squadra. Ad esempio, in uno sport a basso punteggio come il calcio, avere in squadra un attaccante di razza è una chiara necessità, mentre nel basket sono tutti alla ricerca di un’ala iper-atletica con tiro perimetrale. Nel football questo ruolo-chiave è identificabile nella posizione del quarterback. L’amplissimo range di abilità fisiche e mentali richieste per eccellere nel ruolo – specie a fronte della scarsità di materiale umano in grado di assimilarle – rende tale posizione la pietra angolare per i successi di tutte e 32 le franchigie NFL. Allo stato attuale delle cose, questo è il momento storico migliore di sempre per i quarterback, la loro golden age. Innanzitutto dal lato puramente sportivo, poiché il gioco passa sempre di più dalle loro mani, con una media del 65% di azioni che prevede un lancio rispetto ad una corsa.

Questo è dovuto ad una serie di fattori che hanno agito in concomitanza. I ricevitori sono molto più atletici che mai, gli offensive coordinator prendono più rischi con playcalling aggressivi e i QB vengono iper-protetti dagli arbitri con regole ad hoc. Insomma, questi eventi hanno creato una situazione ideale per i QB, ora più che mai enormemente ambiti e ancor più remunerati, anche grazie all’innalzamento progressivo del salary cap. A riprova di questa pioggia di banconote, basta citare due esempi nitidi. Nel 2001 Brett Favre fu il primo giocatore della storia a firmare un contratto a sei cifre – un accordo decennale per $100M coi Green Bay Packers. Poche settimane fa, è stato Kirk Cousins a ottenere le prime pagine dei giornali, in virtù del suo nuovo contratto coi Minnesota Vikings, i quali lo hanno reso il QB più pagato di sempre con $28M all’anno. In sostanza, in meno di vent’anni il valore medio annuo di un QB è quasi triplicato. E questo senza contare che, se al tempo Favre era il non plus ultra fra i QB, Cousins non è nemmeno nella top 5 nel suo ruolo. Tale investimento monetario massivo sui quarterback rispetto alla totalità del roster non riguarda solo casi isolati come Favre e Cousins. Attualmente, 18 dei 20 giocatori con l’ingaggio più elevato sono infatti QB (Von Miller e Ziggy Ansah i due “intrusi”).

Fin qui abbiamo dimostrato la centralità della figura del Schermata 2018-03-28 alle 10.59.01quarterback e illustrato le circostanze che lo hanno reso il punto focale di ogni team per tattica e stipendio. È quindi lecito desumere una netta correlazione fra uno stipendio assai elevato e un altrettanto alto tasso di produzione e di successo? In realtà, dati recenti dimostrano il contrario. Elargire cifre esorbitanti ad un singolo giocatore implica un effetto domino molto pericoloso dal punto di vista finanziario, ovvero severe limitazioni nella costruzione del resto di una squadra. Non va scordato che il roster di una squadra NFL è formato da ben 53 giocatori. Quello che è dunque importante chiedersi è quale percentuale del salary cap sia consigliabile elargire al proprio quarterback senza azzoppare il resto del team. A lato, la Tabella 1 mostra i 10 QB più pagati nell’anno appena trascorso e la percentuale che il loro stipendio occupava rispetto al salary cap, per il 2017 fissato a $167M. I dati provengono da Sports Illustrated. Il dato più significativo che si evince da tale tabella riguarda la correlazione controintuitiva rispetto alle aspettative. Infatti, fra loro solo Matt Ryan e Cam Newton hanno portato le rispettive squadre ai playoff (dove, peraltro, hanno racimolato appena una vittoria in due).

Vale allora la pena fare un raffronto con i 12 quarterback che hanno condotto il proprio team alla postseason nello stesso anno, come mostrato nella Tabella 2. La differenza di salario coi primi è piuttosto marcata, con la media degli stipendi passata dal 13% al 7.2% del cap. Lo scarto è tutt’altro che trascurabile. Sempre basandosi sui dati del 2017, tale gap valeva $9.7M, una signora cifra da investire in uno o più elementi in grado di contribuire alle fortune della squadra. Alcuni potrebbero pensare che si tratti di un dato isolato, specie all’interno Schermata 2018-03-28 alle 10.59.00di una stagione che ha visto gli infortuni di Aaron RodgersAndrew Luck. Se l’accesso alla postseason non bastasse da sola per provare questa teoria, bisognerà allora ampliare lo studio per durata e portata. Prendiamo allora in esame i 10 QB vincitori del Super Bowl dal 2008 a oggi. Facendo nuovamente il raffronto fra emolumenti e percentuale sul cap, troviamo una media di 7.5%. I dati combaciano quasi alla perfezione. Una terza via è rappresentata da chi ha un QB ancora sotto contratto da rookie, che ha durata 5 anni. In linea teorica, questa è la situazione più vantaggiosa per le franchigie dal lato economico. Se la fiducia nel giovane QB è ben riposta, queste possono concentrare le proprie risorse negli altri ruoli e allo stesso tempo contare sulla continuità nel ruolo assicurata dal contratto quinquennale. Il problema però è che gli studi hanno dimostrato che i quarterback raggiungono il picco della loro produzione a 29 anni e per allora il contratto da rookie sarà ormai scaduto e rinegoziato a cifre di molto superiori.

Ebbene, che conclusione trarne? In base a quanto detto finora, la ricetta per il successo nel mondo del football pare essere quella di mettere il proprio futuro nelle mani di quarterback sopra ogni altro ruolo. Individuato il candidato adatto, sta al General Manager negoziare un contratto favorevole, che idealmente dovrebbe corrispondente circa al 7-8% del cap, per massimizzare le chance di vittoria del team. Ben inteso, aderire a questi dati non significa automaticamente vittoria del Super Bowl, ma essi forniscono un chiaro segnale sulla strada giusta da seguire per il successo.

MVProf

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